Notti in bianco, risvegli continui, stanchezza cronica: è questo lo scenario tipico di una famiglia in cui un piccolo fa fatica a dormire. In situazioni come queste, è normale che i genitori non vedano l’ora di trovare una via d’uscita. Eppure, a volte, intraprendere un percorso di accompagnamento al sonno autonomo spaventa, per il timore che voglia dire necessariamente lasciar piangere il neonato. Questa paura si basa, però, su un malinteso: non tutti i metodi di sleep training richiedono di ignorare il pianto del proprio figlio.
“Lasciar piangere”: un’espressione, molte interpretazioni
Nell’ambito del sonno infantile, l’espressione “lasciar piangere” viene usata in modi molto diversi tra loro e questo è parte del problema.
Tutto nasce da uno dei primi metodi di apprendimento del sonno, quello sviluppato dal dottor Eduard Estivill, che prevedeva di lasciare il piccolo – neonato, lattante o bambino che fosse – da solo nella culla, senza alcun intervento da parte dei genitori, fino alla mattina successiva. Un approccio che ha avuto due conseguenze dirette: ha generato paura nei confronti del sonno autonomo e ha portato a demonizzare qualsiasi metodo che preveda un po’ di pianto.
Il risultato è che oggi, quando si parla di sonno autonomo, il pianto viene quasi automaticamente associato al “cry it out”, cioè al metodo del pianto incontrollato, senza distinguere tra approcci profondamente diversi.
Cosa significa “lasciar piangere” dal nostro punto di vista
Il significato che noi diamo all’espressione “lasciar piangere” è, invece, tutta un’altra cosa. Per noi vuol dire essere consapevoli che probabilmente durante un percorso di accompagnamento al sonno autonomo ci potrà essere del pianto che, però, non si dovrà cercare di bloccare a tutti i costi. Sarà importante mettersi in relazione con quel pianto e accoglierlo, stare accanto al bambino con la propria calma, la propria voce e il proprio tocco, dando al piccolo la possibilità di imparare ad addormentarsi e a lasciarsi andare al sonno.
Che cos’è davvero il pianto
Il pianto di un neonato è molte cose insieme. È il suo modo di comunicare, di farci sapere che ha qualche disagio o di segnalarci un bisogno. Ma il pianto è anche uno strumento di rilascio, il modo in cui un piccolo scarica la stanchezza accumulata. Lo si vede spesso nei bambini particolarmente attivi o in quelli che non mostrano segnali di sonno evidenti e si addormentano solo dopo aver pianto intensamente. Non è un segnale che qualcosa va storto: è il loro modo di arrivare al sonno.
Eppure il pianto di nostro figlio ci entra dentro, ci fa paura (o come minimo ci mette a disagio) e ci spinge ad agire. E questo è giusto: il bambino ha bisogno che i genitori rispondano. Quando, però, questa reazione diventa automatica ci si concentra soltanto sul far cessare il pianto e non si cerca di comprenderne la causa.
Far piangere un neonato o un bambino: c’è differenza?
C’è poi una differenza sostanziale tra far piangere un bambino, un neonato e un lattante. Un neonato è appena arrivato al mondo: anche quando il pianto è solo stanchezza, non lo si mette nella condizione di fare fatiche eccessive. Lo si accompagna con molta dolcezza e delicatezza, senza aspettative. Con un neonato non si fa sleep training.
Il discorso cambia man mano che il piccolo cresce. Infatti, è a partire dai 4 mesi che ha senso parlare di un percorso strutturato per l’accompagnamento al sonno autonomo.
Lasciar piangere per imparare a dormire: sì o no?
“Ma quindi è necessario lasciar piangere il proprio figlio per insegnargli a dormire?”. È questa la domanda che mi pongono spesso le famiglie che stanno valutando se intraprendere un percorso con noi. E la risposta non può che essere “no” e “sì”. Assolutamente no, se con “far piangere” s’intende abbandonarlo a sé stesso in attesa che prenda sonno per sfinimento. Sì, se invece si accetta che probabilmente del pianto potrà esserci. Un pianto da stanchezza, che potrà anche essere lungo e intenso, che non va però bloccato a tutti i costi ma accompagnato. E il piccolo potrà sempre contare sul genitore che, con la sua presenza, il tocco e la voce, lo aiuterà a comprendere questa novità e la frustrazione che potrebbe provare.
Un percorso sul sonno è una scelta che appartiene alla famiglia: se ci si sente pronti, lo si fa. Se non se la si sente, no. Non esiste una risposta giusta in assoluto, ma solo quella giusta per ogni famiglia, in un determinato momento.
Con i nostri percorsi, possiamo aiutarti a capire qual è la risposta giusta adesso per la tua.

